Denominazione di Origine Controllata

Denominazione di Origine Controllata

1514
SHARE

“Questo è un prodotto Doc”. Quante volte abbiamo utilizzato questa sigla, parlando delle cose più svariate? La Denominazione di Origine Controllata è entrata di diritto nell’immaginario comune: se una qualsiasi cosa è “Doc”, da un vino a un piatto di pasta, stai sicuro che è ottima. Nel tempo si è quindi identificato il marchio con una pretesa di assoluta qualità, unica e inconfutabile, capace di convincere anche i più scettici sulla bontà della nostra proposta.

E in parte è vero: è molto difficile che un vino a Denominazione di Origine Controllata risulti di cattiva qualità o fastidioso al palato e all’olfatto. Parliamo del più vasto marchio presente oggi in Italia: 332 etichette, a fronte delle 118 Igt e delle 73 Docg. I vini Doc sono presenti su tutto il territorio nazionale, dalla Val d’Aosta alla Sicilia: si va dal Frascati laziale alla Vernaccia toscana, dall’Alto Adige trentino al Barbera d’Alba piemontese. Elencare tutte le Doc italiane è operazione impossibile, se non per un’enciclopedia. E anche ricostruire la storia della prima Denominazione italiana non è operazione semplice:  un documento ufficiale, il dpr n. 930 del 12 luglio 1963 sulle “Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini”, recita che tali norme “si applicano ai vini Moscato Passito di Pantelleria e di Marsala”. Di altro avviso è il prestigioso sito “Quattrocalici”, che indica nell’Ischia, nel Frascati, nel Bianco di Pitigliano e nell’Aprilia Doc, i primi marchi riconosciuti in tal senso nel 1966, quindi tre anni dopo il succitato decreto.

Al di là delle dispute storiografiche, è importante sapere quali sono questi criteri cui si riferisce il dpr 930 del 1963. Ebbene, i vini Doc, come precisato nel nostro precedente articolo, devono presentare un disciplinare più rigoroso e ristretto rispetto a quelli denominati Igt. Non basta, infatti, l’indicazione geografica di provenienza: bisogna indicare la zona di produzione delle uve, la resa massima delle uve e di vino per ettaro, le caratteristiche fisico-chimiche e organolettiche del vino, le condizioni di produzione (quelle che definiamo come “terroir”, dal clima al terreno, fino all’altitudine e all’esposizione dei vitigni), la composizione dei vigneti, le forme di allevamento, il periodo minimo di invecchiamento in legno o affinamento in bottiglia, le modalità con cui vengono portati avanti gli esami organolettici. Criteri ben più restrittivi e rigorosi di quelli relativi all’Igt, che spesso trovano la riluttanza di chi vorrebbe “sperimentare” maggiormente con le proprie uve e i propri vitigni, ma che nel contempo riescono a garantire un generale livello qualitativo molto alto. Tali esami fisici e organolettici sono effettuati da apposite commissioni ministeriali, enti terzi che garantiscono la genuinità e “veracità” del prodotto.

Resta il fatto che il marchio Doc permanga, tuttora, come quello più conosciuto e popolare in tutta Italia, anche con l’introduzione della nuova denominazione Dop che affianca la precedente. È vero, come ripetiamo spesso, che i vini non si giudicano solo dal marchio ministeriale apposto: ma è altrettanto vero che un brindisi con un nettare Doc nel calice difficilmente vi deluderà. Alla salute!