Il Di(o)Vino

Il Di(o)Vino

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Il Vino Divino. Gioco di parole spesso utilizzato e abusato ma che ben riassume secoli di storia e di mitologia, incarnati nell’arte e nella poetica dei tanti artisti che nel corso dei secoli hanno tratteggiato scene di vita conviviale e “terrena” o le divinità stesse legate al mondo enologico. Ed è proprio di quest’ultimo punto che vogliamo ora parlare: di come autori diversi per sensibilità e corrente artistica abbiano legato parte della loro produzione alle divinità del vino, a quell’immaginario mitologico che ha permeato la storia di intere popolazioni. In due parole: il Dio Vino.

11012948_10206478572664804_8134733294817301928_nE iniziamo dal più “facile”: il Dio Bacco. Alla fine del ‘500, Michelangelo Merisi, da tutti noto come il Caravaggio, dipinge un Bacco oggi conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Commissionata dal Cardinal Francesco Maria Bourbon del Monte, ambasciatore Mediceo a Roma, per farne dono a Ferdinando I de’ Medici, la tela è pensata per esplicare in chiave “mitologica” il sentimento oraziano dell’amicizia. Il nostro Dio dell’ebbrezza è ben rotondo e pasciuto, a simboleggiare la dovizia e l’abbondanza di cui è storicamente portatore. Con la mano sinistra ci offre una coppa del suo pregiato nettare, mentre la mano destra stringe un fiocco all’altezza dell’ombelico, forse a simboleggiare l’intenso legame fra il Dio e l’uomo (homo copula mundi, secondo la filosofia neoplatonica tanto cara al Cardinal del Monte, committente del Caravaggio).

10410692_10206478573784832_1915993815804162434_nAndiamo un po’ più avanti nel tempo e fermiamoci al 1616, epoca di pittura barocca, quando il fiammingo Pieter Paul Rubens dipinge i suoi “Due Satiri”, che oggi possiamo ammirare all’Alte Pinakothek di Monaco. Divinità minori della mitologia greca (in quella romana sono conosciuti come “Fauni”), i Satiri sono rappresentati come compagni di Pan e Dioniso, in cui onore organizzavano spesso i cosiddetti “baccanali”, feste sfrenate in cui l’ebbrezza e il culto del vino erano protagonisti indiscussi. Il Satiro di Rubens ci guarda con espressione truce, quasi in cagnesco, a sottolineare l’ebbrezza, la lussuria, le voglie “proibite” del protagonista. Il secondo soggetto, più defilato, è impegnato ancora a bere il nettare d’uva, il cui grappolo compare in bella vista, stretto nella mano del Satiro in primo piano.

Se in un certo qual modo è l’introspezione psicologica del Satiro a essere protagonista nella tela di Rubens, il veneziano Tiziano Vecellio dipinge, invece, una scena “dionisiaca” nel vero senso della parola: canti, balli sfrenati ed ebrezza ostentata nel suo “Baccanale” del 1523 (foto di copertina), oggi conservato al Museo del Prado di Madrid. Il dipinto ritrae i festeggiamenti in onore di Dioniso (o Bacco, appunto) appena sbarcato sull’isola di Andros, in Grecia, dove tutti lo accolgono come si conviene. Anche qui torna il tema religioso, in chiave “profana”, della trasformazione dell’acqua in vino. Solo che non siamo in presenza delle ben note Nozze di Cana, ma di un contesto del tutto differente, dove a subire il “trapasso” da acqua a etilico è il corso di un torrente, che vediamo sullo sfondo. Altro tema che ritorna è quello della nudità del vecchio, che abbiamo già potuto notare nell’”Ebbrezza di Noè” di Michelangelo. Anche qui il tema è moraleggiante (l’anziano si trova in una posizione francamente imbarazzante), a mettere in guardia dai pericoli degli eccessi anche quando si è pieni e vogliosi di piacere. Noto soprattutto come ritrattista, qui Tiziano ci mostra, al contrario, una scena di gruppo, un “baccanale” nel suo momento di maggiore intensità, con donne nude e uomini lussuriosi e lascivi, pronti a cogliere un momento fugace d’amore tra i fumi dell’alcol.